Tra fantasy e letteratura: Laura Anna Macor e la filosofia di Harry Potter


Cosa c'entra Harry Potter con la filosofia? Ce lo spiega Laura Anna Macor che su questo ha scritto anche un libro, scopriremo una personalità interessante capace di coniugare campi apparentemente diversi e di svelare percorsi strani e "di confine"...

 

D: Salve Laura, di solito ci piace iniziare con una domanda dalla non facile risposta ma che, se fatta ad una persona che ha dimestichezza con la filosofia, produce spunti interessanti: ci parli di lei in poche righe...

R: Sono una studiosa di filosofia con una spiccata predilezione per le contaminazioni: mi sono sempre occupata di autori al limite tra le discipline (filosofia, letteratura, teologia) e ho cercato di mantenere costantemente viva l’attenzione per l’ ”altro”, anche in senso stilistico. Occuparsi di filosofia perdendo di vista ambiti contigui quali letteratura, poesia, teologia e religione, non può che risultare riduttivo, e viceversa. Mi sento quindi legittimata a definirmi una persona aperta al confronto, all’abbattimento di barriere, alla connessione di ciò che tradizionalmente viene visto come incompatibile. Insomma … una figura di confine e al confine.

 

Qual è stato il suo percorso formativo?

Ho studiato al Liceo Classico “Tito Livio” di Padova, mi sono diplomata in violino, sempre nella mia città, al Conservatorio “C. Pollini”, ho studiato Filosofia all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ho comunque sostenuto molti esami di Lingua e Letteratura Tedesca (più di quelli previsti dal Corso di Laurea in Filosofia) e ho conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia all’Università di Padova, dove mi sono concentrata anche sull’Antropologia moderna come scienza olistica dell’uomo. Come vede, anche in questo caso ho percorso una strada al limite tra le discipline … tra lettere classiche, filosofia, letteratura tedesca, antropologia e musica. Ho scelto questa via con estrema convinzione – certo, non senza dubbi e paure per il mio futuro professionale, ma nondimeno con forte passione.

 

Tornando indietro lo ripeterebbe?

Ripeterei questo percorso formativo, perché mi ha permesso, oltre che di seguire la mia personale inclinazione e di sviluppare le mie doti individuali, di acquisire una completezza culturale altrimenti difficilmente raggiungibile. Devo molto ai miei studi e non credo sarei la persona che sono senza le mie letture di Platone, Schiller, Hölderlin, Hegel, Hesse, Nietzsche o senza la comprensione tecnica di Bach, Mozart e Beethoven. Ascoltare Die Zauberflötecomprendendone il libretto e mettendolo in connessione con i fermenti massonici del periodo, o assistere a un’esecuzione della Hymne an die Freudeconoscendo vita, opere e pensiero dell’autore di questo testo, sono esperienze che dovrebbero poter essere concesse a tutti.

 

Quali motivazioni l’hanno spinta alla scelta della filosofia e, più in particolare, a quella tedesca del XVIII secolo? Cosa si sente di trasmetterci?

La motivazione è stata e rimane solo una: la passione. Intraprendere una strada come quella umanistica, dove le prospettive lavorative sono scarse, è una scelta coraggiosa e, se fatta con coscienza come è stato il mio caso, la risposta a una sorta di vocazione. Ed è questo fra l’altro l’unico modo perché una scelta così coraggiosa non risulti anche fallimentare.

La particolare predilezione per la cultura tedesca era in un certo inscritta nel mio DNA: la mia personale storia (il tedesco è la lingua straniera che so fin da bambina perché mia mamma ha vissuto in Südtirol), la mia formazione scolastica (alle medie ho studiato come lingua straniera il tedesco, e al liceo allo studio della lingua si è aggiunto quello della letteratura) e musicale (al più tardi dal Settecento in poi la musica è in misura non trascurabile tedesca) mi hanno avvicinata in modo irreversibile alla cultura tedesca, da cui ancora oggi non mi sono – né mi voglio – allontanare. Il focus sul Settecento è frutto, da un lato, della suddetta formazione (basti pensar al ruolo centrale di Schiller e Goethe nella letteratura tedesca e a quello, altrettanto centrale, di Bach, Mozart e Beethoven nella storia della musica), dall’altro di una personale sintonia con il progetto culturale dell’illuminismo. Ancora una volta, quindi, una scelta fatta al crocevia di varie strade, ma tutte sotto uno stesso cielo.

 

Che tipo di studente era?

Molto diligente: studiosa, precisa, puntuale … forse un po’ noiosa, ma assolutamente altruista … passavo con grande disinvoltura e suggerivo senza alcun pudore! Devo moltissimo alla mia formazione scolastica, in particolare a quella superiore. Al liceo ho incontrato professori di grande spessore culturale e umano, che mi hanno guidato con rara delicatezza. Sono infinitamente grata a tutti loro. All’università, ovviamente, cambia il rapporto con gli altri studenti e con i docenti, ma non con lo studio: ho continuato a essere molto diligente, appassionata e concentrata.

 

Quali sono i problemi del mondo dell’istruzione e come andrebbero risolti secondo lei?

Se con “mondo dell’istruzione” ci si riferisce al complesso di programmi (ministeriali e /o dei singoli Atenei), quindi al percorso formativo offerto agli studenti, francamente non trovo problemi così gravi … la mia esperienza mi ha portato a constatare che i nostri studenti (liceali e universitari) sono molto più preparati di quelli stranieri; il problema è che sono molto meno valorizzati dopo il conseguimento della Laurea. Anche dal punto di vista scientifico, non è un caso che si continui a parlare di “fuga dei cervelli” … se questi “cervelli in fuga” non fossero validi, non sarebbero assunti da prestigiose università e fondazioni straniere.

Se invece con “mondo dell’istruzione” ci si riferisce alla politica scolastica e universitaria preposta alla gestione delle carriere e all’assunzione del personale, beh … allora i problemi sono molti e, credo, sotto gli occhi di tutti. Le soluzioni non sono semplici e non vorrei quindi scadere nel semplicistico, pretendendo di proporre ricette miracolose. Mi limito a dire che maggiore trasparenza e uniformità nella valutazione dei curricula potrebbero aiutare, e questo sia per l’istruzione primaria e secondaria che per quella universitaria (ambito, quest’ultimo, che personalmente conosco molto meglio).

 

Quali sono i suoi riferimenti filosofici? Quali autori o quali opere hanno contribuito maggiormente alla sua formazione intellettuale?

I miei riferimenti filosofici sono Kant e Schiller (ancora una volta, definisco “filosofo” un autore tradizionalmente considerato “meramente” come poeta e letterato), che si concentrano su problemi come la fondazione della morale, il senso dell’esistenza a fronte della crisi dei riferimenti metafisici e la bellezza. Soprattutto, però, si concentrano (e questo vale in particolare per Kant) sul pluralismo come “condizione logica” dell’uomo, che, se vuole procedere nella conoscenza, non può che farsi aiutare dagli altri: andare avanti teoricamente presuppone il confronto con gli altri e con l’ “altro”, perché solo la differenza porta ad arricchire il proprio bagaglio e a emendarlo dai pregiudizi che necessariamente affettano la prospettiva individuale. In altre parole, la tolleranza, prima di essere richiesta etica, è necessità teorica, e chiunque contravvenga a questo imperativo logico pecca quindi di miopia intellettuale prima di tutto nei confronti di se stesso.
Oltre a Kant e Schiller, però, anche altre figure meritano a pieno titolo un posto nella mia “biblioteca virtuale” (che poi tanto virtuale non è): Hegel, Hesse, Hölderlin e Nietzsche. Ancora una volta, come vede, sono tutti autori tedeschi …

 

Lei ha scritto un libro dedicato alla celeberrima saga di Harry Potter dal titolo Filosofando con Harry Potter. Corpo a corpo con la morte (Mimesis, Milano-Udine 2011), recentemente uscito anche in edizione tedesca (Harry Potter und die Heiligtümer der Philosophie. Nahkampf mit dem Tod, Königshausen & Neumann, Würzburg 2013): come l’ha concepito?

Il libro si è praticamente “concepito da sé”, nel senso che dopo aver letto gli ultimi due volumi della saga, cioè “Harry Potter e il Principe Mezzosangue” e “Harry Potter e i Doni della Morte”, la struttura del saggio è emersa senza difficoltà nella mia mente. Avevo infatti già individuato le “opacità” della storia, vale a dire i “punti di resistenza” a un’immediata decifrazione e mi ero fin dal principio proposta di accompagnare il lettore verso la “neutralizzazione” di queste “resistenze”.

Per essere chiari, elenco una serie di domande a esempio del procedimento che ho scelto: perché Joanne K. Rowling ha ritenuto essenziale introdurre tre Doni della Morte e non solo uno, quello cioè che determina effettivamente la sopravvivenza di Harry (la Bacchetta di Sambuco)? Perché Nicolas Flamel è buono e Voldemort no, visto che entrambi cercano l’immortalità? Ci sono diversi modi, alcuni legittimi, altri illegittimi, per perseguire il sogno (o forse sarebbe meglio dire l’ossessione) della vittoria sulla morte? Che ruolo ha la biografia di Silente, apparentemente superflua, visto che perfino nell’ultimo film hanno ritenuto lecito tagliarla del tutto?
Ecco … queste e molte altre sono le domande da cui il mio libro prende le mosse.

 

Come rientra il concetto della morte nella storia?

La domanda richiederebbe molto tempo, ma cercherò di essere breve e incisiva.
A mio avviso – ed è questa la tesi che ho portato avanti nel mio libro – la Morte è un vero e proprio personaggio, anzi, il personaggio della saga. È l’alter ego di protagonisti e figure minori, un compagno silenzioso, una sorta di faccia nascosta del Giano bifronte che identifica ogni essere umano.

Ovviamente, questo è evidente in particolare per Harry, Voldemort, Piton, Silente. In generale, però, la morte è viva (scusate l’assordante ossimoro) per chiunque, nella saga (e non solo): può trattarsi della propria morte, temuta come evento del futuro (Nicholas Flamel, Gellert Grindelwald, Voldemort) o rimpianta, come nel caso dei fantasmi (basti pensare alle parole di Sir Nicholas alla fine di “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”), ma può trattarsi anche di quella degli altri, dei propri cari e dei propri amici, avvenuta e da rielaborare (i casi per eccellenza sono Harry, Piton e Silente) o temuta nell’anticipazione del lutto (come testimonia il Molliccio di Molly Weasley). La morte è la nemica per eccellenza (nel caso di Antioch e Cadmus Peverell, di Nicolas Flamel, Gellert Grindelwald e Voldemort) o un’amica con cui confrontarsi da pari a pari (nel caso di Ignotus Peverell, Silente, Lily, James, Harry, ma anche di tutti i membri dell’Ordine della Fenice morti con coraggio durante la prima e la seconda guerra contro Voldemort). La morte è però soprattutto l’evento, il dato, il momento su cui in fin dei conti Harry e Voldemort si confrontano e che determina la vittoria del primo e la sconfitta del secondo. Dove Voldemort fallisce, cercando invano di ingannare un nemico che non può perdere, il secondo vince, perché accetta la propria mortalità.

 

Lei è stata anche uno dei personaggi di Popsophia. In che modo il suo libro rientra nel genere della filosofia “pop”?

Mi sento di dire senza falsa modestia che il mio libro propone un nuovo modo di dare “Pop-filosofia” (ricorrendo a questa categoria ormai in gran voga), senza cadere nell’errore metodologico di appiattire il cosiddetto “testo pop” sul canone (“Harry dice ‘a’, ma anche Aristotele dice ‘a’, allora ‘Harry Potter’ è un testo filosofico”) e di approntare così una sorta di mosaico di citazioni da cui l’unità del “testo pop” esce irrimediabilmente disgregata. Non si tratta di vedere se e in che percentualeil “testo pop” parli di temi filosofici e proponga soluzioni (per caso o per intenzione) coincidenti con quelle sancite dalla tradizione, ma se e in che misurail “testo pop” proponga, analizzi e svisceri un tema filosofico (o più) in maniera convincente, efficace e consistente. Trattandosi di un romanzo (composto da sette volumi, ma pur sempre unromanzo) si tratta quindi di analizzare struttura, strategia espositiva, costruzione dei personaggi ecc. In questo modo, l’eventuale filosoficità si rivela una caratteristica internaal “testo pop”, e non esterna, quasi un riconoscimento conferito dall’alto.

 

Qual è stato il segreto del successo della saga di Harry Potter? Come valuta la sua vasta diffusione tra i giovani?

Secondo me il primo motivo del successo della saga, che spesso si tende a trascurare in favore di diagnosi più o meno sociologiche sul declino del modello positivistico occidentale e sull’ascesa dell’irrazionale, è la sua qualità letteraria. I sette volumi sono infatti un fulgido esempio di come successo commerciale e sapienza narrativa non debbano per forza essere disgiunti, ma possano invece trovare un felice punto di incontro. Lo stile è semplice, ma non triviale, i caratteri complessi, ma non inverosimili, la trama ricca, ma non contorta, i temi affrontati seri, ma non noiosi, l’impatto emotivo forte, ma non ottundente, la mole dei tomi ingente, ma non pesante.

A questo si aggiungano il fascino del mondo magico e il non infrequente andamento “da giallo” (tante risposte arrivano nel volume successivo, se non addirittura nell’ultimo), e la ricetta della Rowling può dirsi “quasi” completa (dico “quasi”, perché non credo che la complessità di un romanzo di qualità, tantomeno di un bestseller, possa esaurirsi nell’elenco di alcune componenti, pur se tutte indiscutibilmente presenti).
La vasta diffusione tra i giovani non può che essere un fattore altamente positivo: la lettura appassionata lo è sempre. Inoltre, il confronto con una saga così carica di riferimenti (anche impliciti) alla mitologia classica e celtica, alla religione cristiana, alla tradizione filosofica e alla storia occidentale non può che spingere i giovani ad approfondire questa fitta rete di rimandi. Volendo chiudere il tutto in uno slogan: la cultura chiama altra cultura.

 

Quali letture ritiene fondamentali per il futuro di un giovane studente?

Le letture fondamentali sarebbero tante, anzi infinite … diciamo che ognuno è giudice di se stesso in questo senso, perché a mio avviso le letture fondamentali per il percorso di un individuo sono quelle letture che l’individuo stesso riconosce a posteriori essere state determinanti nell’indirizzare le sue scelte. Non mi sento di individuare un canone, mi limito solo a dire che la lettura in quanto tale, come attività esistenziale, culturale, spirituale è fondamentale per il futuro di un giovane studente. Ciascuno poi deve imparare a capire quale genere, quale stile, quale autore o autrice gli parlano con più intensità.

 

Come valuta la scarsa propensione della società alla lettura?

La scarsa propensione della società alla lettura è evidentemente un segno prognostico negativo, forse con eccessiva facilità attribuibile alle nuove tecnologie. Io credo che la lettura abbia assunto negli ultimi decenni nuove dimensioni, prima inimmaginabili: navigare su internet è (anche) leggere, e non necessariamente in senso deteriore. Dove sembra esserci solouna carenza, c’è forse ancheun cambio di rotta metodologico. Interpretare e indirizzare questo cambio di rotta è compito degli educatori, dei mass-mediologi, degli intellettuali … è ilcompito della cultura del nostro tempo.

 

Quali programmi ha per il futuro? Sogni nel cassetto?

Nel futuro spero (e conto) di continuare a occuparmi di filosofia, letteratura e teologia, contribuendo al dibattito (scientifico, ma non solo) su temi come la virtù e la destinazione dell’uomo. Di sogni nel cassetto ne ho tanti, tra cui … magari pubblicare in inglese il mio libro su Harry Potter o scrivere un saggio sul carattere intrinsecamente escatologico delle canzoni dei Queen … ancora una volta, non resisto alla tentazione di contaminare … musica, filosofica, poesia, pop e tradizione!

Scritto mercoledì 4 dicembre 2013   da La redazione

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